Scarzuola, la Non-Finita Città Onirica

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Scarzuola, la Non-Finita Città Onirica

 
 

«La Scarzuola diventa sempre più, in pietra viva, il mio sogno a occhi aperti, sempre più vasto e complesso e ricco di significati reconditi, di allusioni, echeggiamenti, fantasie, cristallizzazioni, incrostazioni, ricordi»

Queste sono le parole che Tomaso Buzzi usò per descrivere l'essenza di quella sua creatura, incastonata tra le colline di Montegabbione, Terni, un luogo che tra sacro e profano è l'ingresso verso una nuova condizione, non solo un'opera d'arte, ma un rito iniziatico.
 
Scarzuola
 

Laureatosi ingegnere-architetto nel 1923, benché spesso dimenticato e lasciato fuori dal gotha, Tomaso Buzzi è indubbiamente tra i più grandi architetti italiani del XX secolo, uomo di profonda cultura umanistica, letteraria e appassionato collezionista d'arte.

Nato il 30 settembre del 1900 a Sondrio, entrerà a far parte del movimento artistico passato alla storia come il "Novecento Milanese" insieme a personaggi quali Mario Sironi, Anselmo Bucci e altri architetti come Muzio e Gio Ponti, iniziando con quest'ultimo una lunga collaborazione che si tradusse in opere come L'Ange Volant di Parigi, il Monumento ai Caduti a Milano, il restauro di Villa Vittoria a Firenze curandone anche l'arredamento interno, nonché alla fondazione della rivista Il Labirinto e successivamente firmando e presentando progetti sulla rivista Domus creata nel 1928 da Ponti.
 
Scarzuola
 

Negli anni saranno moltissime le strutture architettoniche realizzate o ristrutturate a firma di Buzzi, in Italia e all'estero, così come arredi interni, giardini, progetti per il cui compimento l'architetto si avvale dei piccoli laboratori artigianali, da sempre particolarmente apprezzati e tenuti in forte considerazione.

E' durante una vacanza ad Acapulco, che Tomaso Buzzi raccoglie l'invito del marchese Paolo Misciattelli di acquistare il complesso francescano della Scarzuola: un convento ed una chiesa eretti verso la metà del Duecento e dove, come vuole la tradizione, San Francesco si ritirò in preghiera, trovando riparo in capanna che costruì servendosi di una pianta palustre, chiamata "scarsa" e posta dove egli stesso piantò un lauro e delle rose, dando vita per miracolo ad una sorgente d'acqua.

Siamo alla fine degli anni 50, quando inizia il progetto che farà di Scarzuola la massima espressione della fantasia creativa di Buzzi, il risultato del suo sapere architettonico, quanto della sua conoscenza filosofica e umanistica.
 
Scarzuola
 

Il teatro delle Api, quello grande all’Aperto, di Apollo e di Diana, il teatro del Corpo Umano, dell’Acqua, il teatro della Torre della Solitudine, fino all'Acropoli, un luogo surreale, esoterico, ricco di simbologie legate all'idealismo massonico, al misticismo e alla spiritualità buddista alla quale l'architetto valtellinese, ebbe modo di avvicinarsi quando fu chiamato ad eseguire lavori di restauro all'ambasciata italiana di Nuova Delhi.

La città ideale o Buzzinda, come la chiamò in onore di Antonio di Pietro Averlino detto Filarete, riesce persino a distogliere l'attenzione dagli affreschi duecenteschi raffiguranti Francesco, uno in particolare dove il Santo è in levitazione e l'altro del XVIII secolo, dove il "poverello" è un giullare semi nudo, entrambi rinvenuti grazie ai restauri, che l'architetto eseguì al contempo.
 
Scarzuola
 

La Scarzuola divenne residenza di Tomaso Buzzi, che continuò a lavorarci fino al 1976, ma fu anche detonante per l'emarginazione dello stesso, da parte del mondo accademico e culturale, l'aristocrazia dei salotti buoni mostrò sbigottimento e riluttanza per quella "stramberia".

Un torpore mentale che in Buzzi non sortì altro effetto se non quello di fargli apprezzare ancor di più la vita rurale, quasi abbracciando quella via francescana e portandolo ad abbandonare cariche accademiche, liquidandole con quella che sua poi famosa affermazione: «Quando sono con voi sono vestito, e in cravatta; quando sono qui, alla Scarzuola, sono nudo, e questo non potete sopportarlo».
 
Scarzuola
 

Leggenda narra che Buzzi eseguisse i disegni con entrambe le mani utilizzando qualunque supporto avesse a disposizione, schizzi che andava poi a "tradurre" agli operai, con i quali collaborava attivamente per la creazione di Buzzinda, così come volle che fosse interamente realizzata in tufo, quasi che come un sogno fantastico, anch'essa non fosse prigioniera dell'eternità.

«Dovrei ottenere il fascino del ‘non-finito’, che si apparenta a quello delle rovine, che entrambi danno all’architettura quella quarta dimensione che è il tempo»

 
 
 
 

Scarzuola, la Non-Finita Città Onirica ultima modifica: 2017-09-27T10:00:39+00:00 da iCdB
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